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Uto
post pubblicato in Cultura, il 2 agosto 2005

Benvenuto Franceschini: la corrente del sottosuolo

Il Circolo Culturale "el Pampano" di Perarolo di Arcugnano ha reso possibile una mostra dedicata ad uno scultore dalla sensibilità rara e acerba: Uto. Per saperne di più ecco il link, e per vedere delle riproduzioni di alcune opere: www.elpampano.it

Qui di seguito alcune nostre osservazioni sull'opera di Benvenuto Franceschini.

La corrente del sottosuolo
L'arte preistorica euroasiatica, africana o precolombiana è intesa generalmente come rappresentazione dell'essere umano e del suo mondo quotidiano, generalmente è espressa in forme stilizzate, utilizzando materiali basilari, "naturali". Vengono rappresentate sintesi di azioni o costumi, riti; ciò riguarda tanto la pittura rupestre, quanto la scultura lignea o lapidea.
Certamente emerge la rappresentazione (simulacro) dell'idea di uomo. Ma l'uomo, dacché mondo è mondo, tende al divino, cioè il defunto trasmigrato, l'elemento naturale incompreso; ciò, diviene simbolo, la perfezione alla quale riferire. La scultura di Uto è figlia di questa perfezione, proprio perché non è mai perfezionista; come non è equa, canonico-classica, non è insomma naturalistica. Però l'arte di Franceschini rappresenta - francamente - la realtà, non "fotograficamente": apparentandosi, in questo senso, agli autori preistorici. Eppure la forma (umana, animale o natura morta che siano) pur essendo sintetizzata, evocata, è riconoscibile immediatamente.
Uto immette nell'opera la propria vita, o meglio, l'esperienza di vita, corollario di gioie e dolori; gli amici, il passato, i propri punti di riferimento religiosi, mistici e sociali, tutto ciò si tramuta in pietra e in legno. Una metamorfosi dell'idea. O, come direbbe Foscolo, una "corrispondenza d'amorosi sensi".

Corrispondenze d'amorosi sensi
Non si tratta d'essere eletti nell'arte per praticarla, né per gustarla, come invece si sentivano i decadenti: custodi di un mondo arcano che stenta a galleggiare in superficie, e che conta pochi estimatori. L'arte di Uto è comprensibile a tutti. Affascina fuori dal naif o dalle carinerie furbesche per rientrare in una dimensione eternizzante: da sempre l'uomo parte da stilemi sedimentati (che Uto usa), in tutte le culture, poiché derivano dall'osservazione della realtà.

Per rispetto all'autore è fuorviante indicare, a titolo di paragone, come verrebbe immediato fare, avanguardie storiche e la teoria della relatività (come è già stato con facilità scritto), forse per comodità didattica, più che per cialtroneria. La coscienza di Uto parte da altrove e arriva a conclusioni similari, parenti, non per questo la sua opera è da confrontare sterilmente.

Ciò che interessa è che certamente Uto ha visto la statuaria classica nelle chiese sette-ottocentesche dei Berici, ha potuto appurare, da scultore, le proporzioni auree (la testa umana, diviene unità di misura e sta otto volte nel corpo umano, come insegnano nelle accademie) ma non parte da questo per decostruire il classicismo come fanno illustri intellettuali dello scalpello. Benvenuto Franceschini è la sua arte, separiamoci subito da confronti ingenerosi per entrambe le parti.
Troviamo pure dei punti di contatto, interessanti per carità, a patto di dire che le sculture di Uto siano scaturite dalla cultura alla quale appartiene, non da altrove.

Per concludere è certo appagante intellettualmente, per uno studente d'arte, vedere quanto queste sculture siano vicine, per alcuni aspetti, alla più smaliziata arte avanguardistica. Ma per dare un corretto peso all'opera dello scultore berico è giusto essere coscienti che questo parametro è un parto della nostra mente.


Il Caso
La scultura lapidea di Uto ricorda i capitei della Lessinia cimbra, veri capolavori che derivano dai dolmen (strutture di tre elementi: una pietra orizzontale posta ad architrave sopra altre due verticali) origine di scultura e architettura, che sta alla base di millenni di storia dell'umanità. Il capiteo o edicola sacra è un simbolo della nostra cultura religiosa dalla notte dei tempi. Dalla Lessinia, da Campofontana, scendendo per le valle del Chiampo, si notano nei capitei di Arzignano e Montecchio Maggiore, le inflessioni appartenenti alla storia dell'arte classica: segnano i confini delle parrocchie e gli incroci d'altura e urbani, sostituendo quella più genuina cimbra, figlia delle antichissime divinità della terra.
Sui Berici l'arte votiva popolare espone qua e là ancora statue artigianali, improvvisate da scultori domenicali (si chiamano così coloro che la domenica si dilettano a scolpire e dipingere), più o meno recenti, in qualche caso sostituite da statue di porcellana colorata. Degni di nota la "Madonna col bambino" a Villa di Arcugnano, in pietra, e il capitello a tre nicchie di Calto di Zovencedo dove tre statue (una sola superstite) segnano il confine di altrettante parrocchie: San Niccolò, patrono di Zovencedo, è in pietra berica, lavorato con cura dall'uomo e dal tempo.

Quell'arte trova corrispondenza nella rielaborazione barbarica della scultura romana, l'arte carolingia; quella dell'alto medioevo, della prima dominazione longobarda, ed è richiamata da alcune statue di Uto.

Questi temi antichissimi, davvero sorprendentemente, riemergono dalla memoria comune; dal sottosuolo, come ne: "El lupo e du òmini" (il lupo e due uomini) che Uto descrive nella pietra a tuttotondo, relegando gli uomini a due maschere poste sotto alla bestia, che impera: come non rifarsi al topos (soggetto ancestrale) della lupa capitolina che allatta i due fondatori di Roma? La Natura che accompagna e sovrasta, e va contro la propria ferinità.

O il "Buon Pastore" tema antichissimo paleocristiano, molto usato dall'arte bizantina e longobarda, prima di Carlo Magno: nell'opera di Uto che lo richiama (presente in mostra) un agnello è portato a spalla da un uomo ritratto a mezzo busto, ai lati delle braccia, la stilizzazione di una brocca e di un bicchiere. Questi gli elementi che possono essere evocati nell'immagine del corpo e sangue di Cristo, nel carpoforo (portatore di frutti), nell'allegoria dell'eucarestia, l'agnello sacrificale, il vino e l'acqua. Ma ecco che lo stesso soggetto può però diventare bacchico: il pastore è un satiro che porta l'agnello sacrifcale per la festa del dio del vino: il baccanale; sembra più incline a questa versione Uto, che parla di "festa" guardando a questa scultura.

Altre figure come "'A simia" (La scimmia) sembrano scaturire dai bestiari medevali, come alcune figurette femminili che vengono richiamate da piccoli capezzoli e mostrano una nudità ingenua e sublime.

I morti
Alcuni volti maschili, veri busti, o teste scolpite a tuttotondo, hanno le facce digrignate di chi soffre, o sbeffeggia; gli occhi sbarrati dei matti, del troppo dolore sopportato, malcelato. I denti sembrano fanoni rigati dallo scalpello di Uto: segnano la pietra e danno la smorfia.
La sensazione è come d'aver dinanzi dei cippi funerari, che ricordano la maschera mortuale degli avi. "Questo è Matteo!" esclama Uto mentre indica un busto: la conferma sembra venire da lì, ha scolpito dei monumenti funebri ai suoi amici o conoscenti. Questa ipotesi sembra essere avvalorata anche da un piccolo omaggio fatto dallo scultore ai figli di Saddam Hussein, uccisi e dati in pasto alle telecamere quali trofei, anche loro rientrano nel parnaso profano di Uto, travalicando i Colli Berici.
La mostra è aperta fino al 29 maggio 2005. D. Lotti




permalink | inviato da il 2/8/2005 alle 16:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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