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Rassegna stampa: Fimoneide

Tutta la città ne parla: novità sul lago di Fimon?

Gli articoli del Giornale di Vicenza
lunedì 31 luglio 2006 almanacco pag. 8
Accadde come oggi ma 172 anni fa. Paolo Lioy poeta della natura
La triade più famosa della Vicenza dell’Ottocento e primi Novecento è costituita da Antonio Fogazzaro, Fedele Lampertico e Paolo Lioy. Quest’ultimo, appartenente ad una famiglia nobile originaria di Terlizzi in Sicilia, nacque a Vicenza il 31 luglio 1834 cioè come oggi ma 172 anni fa e morì nella villa che possedeva a Vancimuglio il 29 gennaio 1911. Fu un formidabile cultore delle scienze biologiche e geologiche e la sua appassionata ricerca scientifica si sposò sempre con l’eleganza e l’entusiasmo: per questo era chiamato non lo studioso ma il poeta della natura. Se a livello regionale è ricordato per lo studio metodico dei fossili, nel Vicentino è considerato lo scopritore e il valorizzatore del lago di FIMON che è arrivato a rilievo mondiale di stazione lacustre grazie alle sue ricerche. Ma oltre che uomo di scienza e cantore delle bellezze ignorate della natura fu anche personaggio nella vita sociale, politica ed amministrativa: nella IX legislatura fu deputato al Parlamento per il collegio di Belluno e nelle legislature dalla XI alla XVI per la città di Vicenza. Per molti anni coprì l’ufficio di Provveditore agli Studi, componente del Consiglio superiore della pubblica istruzione, presidente generale del Club Alpino Italiano e corrispondente delle più qualficate accademie scientifiche di ogni parte del mondo.

mercoledì 02 agosto 2006 cronaca pag. 20
Fimon, specchio dei Berici
di Antonio Trentin
Del lago sa tutto. Ogni metro, ogni pianta, ogni fruscìo di animale. Ogni storia che spunta dietro i tre campanili di Lapio, Villabalzana e Pianezze. Ci è nato e ci è cresciuto. E ci tiene ancora casa, anche se la residenza ormai è a Vicenza, dove lavora da conservatore del museo storico-naturalistico di Santa Corona (più naturalistico che storico, per lui, che è botanico per passione e formazione universitaria). Non mancando l’inevitabile battuta, resta solo da dire che... Dal Lago ha preso anche il cognome, come metà della gente che sta o viene da lì. «Un luogo e un panorama unici - dice - dove c’è tutto. Guardate: c’è l’acqua, ci sono i riflessi dei colli, i boschi, il verde a 360 gradi, il paesino sulla sponda, quelli più in su». Per il lago di Fimon, forse davvero il più particolare e caratteristico angolo di Vicentino, Antonio Dal Lago ha dato molto. Da consigliere comunale di ARCUGNANO e da presidente della Pro Loco. E da amante di una natura che - se la si cerca al di là della fretta di un pomeriggio domenicale in rapida andata-e-ritorno dalla città - ha tanto da offrire.
«Il paesaggio sta meglio del lago, effettivamente» dice. E si spiega così: «Sì, negli sfondi si sono persi i filari dei pioppi e dei salici, le alberature tipiche della campagna e dei canali. Ma dopo gli interventi degli anni Novanta è ritornata la vegetazione corretta lungo le rive, con le piante "storiche". Per molte c’è addirittura la possibilità di risalire a un identikit botanico e topografico precisissimo. Ed è tornato il canneto, che protegge dall’erosione».
Vengono gli eco-brividi a pensare che intorno al lago, quarant’anni fa, gli appassionati del brivido motoristico volevano farci un autodromo. O meglio: un autodromino, a misurarne gli spazi, l’ubicazione e le potenzialità. Che sarebbe stato un bijoux per i pochi addetti ai lavori e una devastazione imperdonabile per generazioni.
Degli anni Sessanta è anche la strada circumlacuale che per un quarto di secolo e passa è stata transitabile con le macchine. Ha fatto inalare polveri su polveri, allora, ai marciatori più o meno neo-ambientalisti: di sabato e di festa era un tormento passarci. Da quando è chiusa al traffico è diventata una delle passeggiate preferite dai vicentini. Ce ne sono a ogni ora, ogni giorno, dice l’enumerazione compiaciuta di Dal Lago: chi fa jogging alla mattina presto anche in agosto, chi viene con la famiglia, chi si rilassa nella pausa-pranzo, chi sceglie la bici per i 4 chilometri e 200 metri del circuito, chi scopre il ghiaccio d’inverno. «Chiusa la strada alle auto, il passo successivo era stato la ricostruzione della fascia boscata e la destinazione di quella che poteva restare la zona più compromessa, ed è invece ritornata la più preziosa, alla colonizzazione vegetale spontanea» ricorda Dal Lago. Capitasse di fare un giro con lui, si incontrerebbe e si riconoscerebbe una ricchezza di specie che allarga un ventaglio unico in provincia, ben al di là della botanica mangereccia degli aficionados delle raccolte stagionali: i pissacani su qualche declivio a fine inverno, i bruscandoli a fine aprile, le more in giugno, qualche peschina o qualche prugna inselvatichita ma dolcissima in agosto. E magari qualche grappolo rubato ai vigneti in settembre.
Ricca la flora. Fin troppo ricca la fauna. E il riferimento non è certo a quella ornitologica che ha nello specchio d’acqua un richiamo vincente per folaghe, germani e cannaiole, e per certi bellissimi aironi che sembrano arrivare spersi ma sanno cosa cercare nelle loro migrazioni. Parlava di questo Dal Lago, dell’eccesso di un paio di specie, commentando che il patrimonio terricolo è più sano di quello che sta in acqua. Per i sentieri e i campi, soprattutto se ci si concede una passeggiata notturna, si fanno incontri inaspettati, almeno per chi vive in area urbana: i caprioli che scendono dai Berici, i tassi con la grande coda sventolante, la faine che attentano ai pollai. Ma il lago è un problema, sotto il manto affascinante delle ninfee bianche e gialle: «Certo: specie ittiche non autoctone ce ne sono da sempre. Ma finché erano pescigatto e persici un certo loro equilibrio l’avevano trovato, con le anguille, le tinche e i lucci. Poi sono arrivati il siluro e più recentemente la nutria». Dei siluri e delle loro voraci e smisurate presenze sono pieni i dossier dell’Amministrazione provinciale che tenta di tenerli sotto controllo, gli annali dei pescasportivi vicentini e le fotocronache dei primati con l’amo. Delle nutrie - invadenti sostitute delle ultime lontre degli anni Cinquanta, arrivate e proliferate "per causa antropica" (cioè per colpa di chi si perse nei campi gli esemplari in fuga dagli allevamenti per le pellicce di "castorino") - ha fatto le spese una delle preziosità botaniche fimoniane: la castagna d’acqua. Le nutrie escono dai loro buchi sulle sponde («che sono un danno alla stabilità delle rive»), cercano e si pappano la castagna quando non è ancora matura e non ha disperso semi per la riproduzione, ne fanno piazza pulita: «Praticamente è all’estinzione».
Panorami ed ecologia. Per Dal Lago - che è protezionista saggio e non fanatico - diventa tollerabile perfino qualche albero che con l’ambiente di Fimon c’entra poco: «Quelli delle barche a vela che si arrangiano con quel poco di vento che il bacino può dare». O qualche nuova installazione che richiama pubblico e fa apprezzare la bellezza e la vivacità naturalistica del sito: «Ma facciamola bene, con criterio e omogeneità, soprattutto inquadrandola in un progetto e mandandolo avanti».
«Ci vorrebbe più continuità nell’opera di valorizzazione» è il commento. Gli ingredienti, garantisce Dal Lago, sarebbero poco costosi «come pochissimo costosa rispetto al grande risultato ottenuto è stata la riforestazione delle sponde». Ottenuta la rinascita naturalistica, dovrebbe toccare alla riscoperta etnografica. Per carità: non che ci sia moltissimo da recuperare antropologicamente dalle memorie remote dei fimoniani-Doc: «Però, per esempio, perché non attrezzare un percorso che racconti i modi di vita agricoli, la raccolta di càrice a tonnellate ogni anno, fino a non molti decenni fa, per farne sedie e impagliature di fischi, o il taglio delle cannucce per farne graticci e arèle per l’edilizia o scope con l’infiorescenza? Perché non ricostruire una barca dei pescatori? Non erano molti, forse sei o sette che integravano il lavoro nei boschi e in campagna con le reti delle loro barche condotte con un lungo palo. Ma sarebbe bello ritrovarne il ricordo e raccontarlo ai vicentini di oggi».

Dalle lettere al Giornale di Vicenza

venerdì 28 luglio 2006 lettere pag. 43

-Disservizi «La civetta impaurita e le telefonate a vuoto»
Mi permetto di disturbarla in una afosa giornata di luglio per esternarle la sincera impressione di un’Italia veramente e finalmente civile. Vengo al dunque. Ieri, domenica 23 luglio, all’ora di pranzo, mi ritrovo sullo zerbino d’ingresso della mia abitazione, un cucciolo di civetta impaurito, denutrito e boccheggiante.
Provo a chiamare il centralino dei vigili del mio paese, Quinto Vicentino, ma la segreteria telefonica avvisa che gli uffici sono chiusi. Chiamo così il centralino della prefettura di Vicenza che, davvero gentilmente, devia la mia chiamata al corpo forestale dello Stato, ma invano il telefono squilla a vuoto.
Chiamo allora la guardia veterinaria in servizio che mi fornisce il numero telefonico di reperibilità della Provincia di Vicenza: niente da fare, utente non reperibile, forse al mare o ai monti.
Non mi scoraggio e disturbo la mia veterinaria di fiducia della frazione di Vigardolo che, oltre a darmi i primi consigli per reidratare la povera bestiola, mi fornisce il recapito telefonico del centro di accoglienza rapaci del Lago di FIMON. Contatto così, il meraviglioso signor Alberto Fagan che, stupito dalla latitanza di chi dovrebbe essere in servizio, pagato con moneta sonante dello Stato, mi invita a portare il piccolo presso la sua struttura quanto prima.
Detto e fatto, forse la civetta si salva, forse... e io ho deciso con la mia signora di investire i pochi risparmi nell’acquisto di una cisterna di olio di ricino. Ho l’impressione che presto varrà molto più del petrolio!
Stefano Gobbetti. Quinto
sabato 29 luglio 2006 lettere pag. 47
-Appello. «L’immagine deprimente del lago di FIMON»
Mi chiamo Luigi, abito a Brendola e volevo chiedere cosa si farà in futuro per la pesca al lago di FIMON, il più bel lago della provincia di Vicenza abbandonato nell’immondizia dell’acqua, attraente soltanto per la vela e per i bar. Un’immagine proprio deprimente. Gradirei una risposta da parte del sindaco.
Luigi Zimello. grande appassionato pescatore.

Gli articoli del Gazzettino
(r.c.) I piccioni? A Vicenza sarebbero trentamila. Troppi, commentano in Comune. Così a breve scatterà la cattura attraverso gabbie da sistemare nei tetti di edi fici pubblici e privati. Ne saranno prelevati a centinaia. Finiranno nel Centro rapaci nei pressi del lago di Fimon , in pasto a uccelli da preda come i falchi. «È un'operazione che ci consentirà di monitorare il numero dei piccioni e il loro stato di salute - spiega l'assessore agli Interventi Sociali Davide Piazza - È un sistema di cattura che non fa uso di armi ed è sostenuto anche dal Wwf».
In altre parole il numero dei piccioni va ridotto quanto prima, anche perché la loro proliferazione non conosce soste. Anzi, aumenta di anno in anno. «Di qui - osserva Piazza - la necessità di contenere la di ffusione anche per motivi di carattere igienico-sanitario: i colombi sono portatori di agenti patogeni (virus, funghi e parassiti come le zecche) che possono essere contratti anche dalle persone. Lo stesso patrimonio artistico e architettonico è esposto a danni prodotti dall'accumulo di guano che corrode i materiali. Perciò è importante che il loro numero sia equilibrato». La cattura costerà al Comune di Vicenza 40.000 euro e sarà effettuata da una di tta specializzata che fornirà le gabbie da collocare come detto in edi fici pubblici e privati. «Sono numerose le famiglie di sponibili a ospitare le gabbie. Significa che il problema è sentito», sottolinea Piazza. Dallo scorso anno in tutta la città vige il di vieto di somministrazione o abbandono volontario di cibo ai colombi. I trasgressori rischiano multe che variano da un minimo di 25,82 euro a un massimo di 154,94 euro. Multe che finora non sono mai state elevate. Come di re: controlli sì, ma con spirito di collaborazione, non di repressione. «Ci sono state più che altro segnalazioni. L'intento è quello di educare la gente».

Pubblicato il 7/8/2006 alle 22.7 nella rubrica Fimoneide.

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